È solo un orto… no è un OrtoAlto!

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Lo scultore Constantin Brâncuşi disse “Bisogna salire molto in alto per vedere molto lontano” e in effetti l’esperienza di OrtiAlti sembra darcene conferma.
Chi l’avrebbe mai detto che un orto costruito su un tetto piano di un edificio potesse essere in grado di:

  1. Avviare un processo di rigenerazione urbana ridisegnando il paesaggio cittadino
  2. Dare nuova vita ad uno spazio poco utilizzato come un tetto piano
  3. Aumentare di oltre il 15% il valore dell’edificio su cui si realizza, riducendo del 10-30% il suo consumo energetico
  4. Ridurre le emissioni di CO2
  5. Mitigare l’inquinamento acustico urbano
  6. Aumentare l’isolamento termico, evitando l’accensione dell’aria condizionata in estate e diminuendo la potenza del riscaldamento in inverno
  7. Produrre grandi quantità di vegetali freschi tutto l’anno
  8. Diventare un nuovo spazio collettivo per tutti: giovani, adulti, bambini e anziani.

Ebbene sì! Un piccolo orto realizzato sul tetto piano di un edificio è in grado di apportare tutti questi benefici… ma scopriamo meglio di cosa tratta.
OrtiAlti è un progetto innovativo partito da un esperimento nato “un po’ per caso” nel 2010, nel cuore di Torino, grazie a due architette, nonché grandi amiche, Elena ed Emanuela.

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Per farci raccontare meglio la loro idea, noi dell’Alveare abbiamo incontrato Emanuela e le abbiamo fatto qualche domanda.

Ciao Emanuela, raccontaci la vostra storia. Come siete nate e l’idea da cui siete partite per dare vita al vostro progetto.
“Il progetto nasce a partire da una sperimentazione che è nata un po’ per caso nel 2010, sul tetto del nostro studio – di cui Elena è socia -, lo “Studio 999” a San Salvario. Bisognava rifare la guaina del tetto piano dell’ufficio, e in quell’occasione gli architetti hanno voluto sperimentare non solo il tetto verde, ma un tetto verde coltivato ad orto. In questo esperimento hanno anche coinvolto gli abitati del condominio e il tetto è stato quindi trasformato in un orto condominiale. Questa iniziativa ha suscitato un forte interesse da parte dei media locali, con la pubblicazione di molti articoli, soprattutto perché, partendo da un progetto privato, i suoi vantaggi si ripercuotevano sull’intera comunità locale.
A seguito di questa esperienza, io ed Elena abbiamo incominciato ad immaginare un progetto di ricerca su questo esperimento, riflettendo su come questo tipo di intervento minimo potesse in realtà cambiare il modo di vivere le città, sia a livello di quartiere che dell’intera superficie urbana.
Abbiamo partecipato ad un bando europeo per ottenere dei fondi, e in questa occasione raccogliemmo una serie di dati quantitativi (tra i quali, uno dei più interessanti, è che la superficie piana dei tetti di Torino è pari ad 800 ettari) che incrociammo con altri dati esperienziali (per esempio, il fatto che gli abitanti del condominio del primo orto non accendono più l’aria condizionata in estate poiché le piante hanno un potente effetto isolante).
Nel 2013 viene quindi proposto il modello sperimentale di Orti Alti intesi come orti di comunità sui tetti, messi a disposizione in rete, in un meccanismo di scambio solidale. Abbiamo partecipato ad una serie di altri concorsi, tra cui il “Social Innovation Tournament”, una competition finanziata dalla “Banca europea per gli investimenti”, e da qui iniziò il percorso di Orti Alti come start up, per unire l’idea innovativa di carattere sociale ad un modello di business sostenibile. Si vuole concretizzare l’idea di recuperare spazi sottoutilizzati, valorizzandoli e mettendoli a disposizione della comunità, rendendoli quindi produttivi.
Io ed Elena abbiamo voluto sin da subito coinvolgere le cooperative sociali, facendole diventare attuatori del processo, in modo da contribuire al coinvolgimento di soggetti svantaggiati nel settore lavorativo. Per esempio abbiamo coinvolto la cooperativa sociale Agridea che ha lavorato con noi nella realizzazione dell’Orto Alto alle Fonderie Ozanam”.

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Qual è la vostra mission?
“La nostra mission consiste nella trasformazione di superfici urbane sottoutilizzate in verde pensile produttivo, attraverso il coinvolgimento diretto della comunità degli abitanti. Per noi l’orto alto è un dispositivo architettonico che favorisce processi di rigenerazione urbana. È un micro intervento che porta con sé, grazie al processo che abbiamo costruito e alla tecnologia impiegata, benefici dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.
Inoltre rende accessibili e aperte alla collettività superfici che altrimenti non lo sarebbero”.

Partecipate spesso a eventi sul tema del food?
“Non molto spesso, perché per noi il cibo è un veicolo, un espediente per favorire un processo di innovazione sociale. Perché se questi orti non fossero utilizzabili e produttivi, ma fossero semplici giardini, ci sarebbe un minore impatto sulla comunità e i benefici creerebbero meno aggregazione. Nel nostro caso è davvero un veicolo, uno strumento attraverso il quale si ottiene l’impatto sociale”.

Pensate che partecipare al Fod Innovation Village dell’Alveare possa essere utile?
“Certamente sì, perché anche per noi è sempre più importante metterci in rete con gli altri soggetti territoriali impegnati in temi simili al nostro – come la sharing economy, la sostenibilità ambientale, l’innovazione sociale – e che lavorino sul tema del cibo come strumento per favorire buone pratiche”.

Che tipo di cambiamento notate nel settore del food negli ultimi anni?
“Notiamo che le persone si dimostrano sempre più attente a ciò che mangiano e a ciò che comprano. Questo è davvero molto importante dal nostro punto di vista, perché dimostra una sempre maggiore consapevolezza e attitudine alla cura di sé stessi, e quindi anche alla cura della comunità e dell’ambiente. Questo è un fenomeno davvero importante, perché segna il primo passo verso un cambiamento di mentalità e cultura che potrebbe davvero influire sul modo di vivere la città e di stare insieme.
Si nota anche una crescente attenzione alla qualità dei prodotti che si acquistano, alla loro provenienza e se provengano o meno da agricolture controllate.
Noi per primi ci siamo dotati di strumenti di analisi che ci permettono di tenere sotto controllo la qualità dei prodotti coltivati sui nostri orti alti. Le analisi ci danno risposte positive, che certificano che i nostri prodotti sono sani, commestibili e non inquinati”.

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Nell’immaginario collettivo è diffusa l’idea secondo cui coltivare in città non garantisce prodotti salubri e controllati. Voi come rispondete a questa osservazione?
“Abbiamo fatto delle analisi con il dipartimento di chimica dell’Università di Torino, che ha svolto indagini su un campione di orti urbani a Torino – tra cui anche l’orto alto di Via Goito in zona San Salvario – e l’analisi sui prodotti selezionati ha dimostrato che non ci sono inquinanti pericolosi o dannosi per la salute umana. Il nostro terriccio e i nostri prodotti sono assolutamente salubri e commestibili. Anzi, queste analisi hanno dimostrato che la coltivazione in alto contiene una minore concentrazione di inquinanti, rispetto alle coltivazioni in basso a livello della strada.
A questi timori, che noi comprendiamo benissimo, rispondiamo con dei dati scientifici che mettiamo a disposizione di tutti.
Per il futuro confidiamo in una maggiore attenzione a modelli di vita urbana sostenibili e più salutari. Ciò che sarebbe utile in questa direzione sarebbe un maggiore coinvolgimento delle organizzazioni pubbliche, che dovrebbero dotarsi di strumenti in grado di facilitare l’applicazione di questi nuovi modelli di vita”.

 

Insomma, avete capito perché noi dell’Alveare che dice si abbiamo voluto che OrtiAlti fosse nostro partner durante l’Alveare on tour? Un progetto innovativo e socialmente utile che non poteva non essere presente insieme a tutte le altre “api del nostro alveare” .
Vi aspettiamo quindi al nostro Food Innovation Village sabato 24 e domenica 25 Settembre, e #Staytuned sui nostri canali social:
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L’alveare madre

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